Archive for Aprile, 2007


Lettera aperta a Nanni Moretti

Caro Nanni,

Visto che non conosco il tuo indirizzo e-mail, ti scrivo pubblicamente. Nonostante la modesta affluenza di questo blog, spero che il messaggio ti possa arrivare comunque.

Questa lettera non è come altre che penso avrai ricevuto in questi ultimi anni. Non vuole né osannarti né criticarti. Vuole soltanto farti una proposta.

Se tutto va come previsto, nel giro di due anni in Italia dovremmo trovarci di fronte un inedito schieramento politico: il Partito Democratico. Nuovi capovolgimenti insomma per la sinistra italiana, ma in fondo non è nulla di così sconvolgente. I vecchi militanti sono ormai avvezzi a questo rito a cadenza decennale, molto simile al famigerato “Contrordine, compagni!” di Guareschi. Certo, è un rito spesso benefico, pensando alle conseguenze rivolte d’Ungheria, al ‘68, all’eurocomunismo, al migliorismo, al PDS e ai DS. Lo è un po’ meno nel momento in cui si rischia di perdere, per scelta dei vertici, alcune preziose radici. Ma questa è un’altra storia…

Il motivo per cui ti scrivo è legato a un tuo mediometraggio uscito nel 1990, La Cosa, in cui documentavi con taglio analitico, non senza l’usuale piglio ironico, il passaggio dal PCI al PDS. Nella pellicola facevi trapelare il senso di disorientamento degli iscritti al partito, l’amarezza nello scoprire che i legami tra comunisti italiani e sovietici non erano stati poi del tutto recisi, ma anche e soprattutto la visione critica, la voglia di discutere e di costruire, cose che hanno sempre costituito un grandissimo pregio della sinistra in Italia.

Ecco, io credo che, date le simili circostanze, sia arrivato il momento di girare un La Cosa 2. Andare nelle stesse sezioni di partito visitate nel primo documentario, scoprire com’è andata a finire (nella base, intendo, nei vertici sappiamo tutti com’è andata a finire) la tormentata storia del primo film, e poi capire qual’è il sentimento attuale nei confronti di questa nuova “cosa”, che in effetti un nome ce l’avrebbe, ma, almeno ad oggi, poco più di quello.

Credo sarebbe un’importante (ed ennesima) analisi di coscienza dell’attuale centro-sinistra, nonché di un sistema politico che si sta rivelando sempre più incerto e transitorio.

Perlomeno, sarebbe un film che io apprezzerei molto.

Come una pietra calciata

Torniamo al discorso di due post fa. Per capire quello che voglio dire, pensate a questo:

Rolling Stone Italia, numero 42 dell’Aprile 2007.

Se lo avete a portata di mano, allora prendetelo. Vi permetterà una lettura più agevole di questo post.

Rolling Stone, si sa, è conservatore, e questo è il minimo che ci si può aspettare da una testata uscita per la prima volta il 9 novembre 1967. Ma che questo orgoglio si trasformi in insulto ai tempi moderni ogni volta che capita l’occasione, bè qui non ci sto. E il bello è che l’occasione (per lo meno nel numero visionato) capita anche troppo spesso. In particolar modo mi riferisco a due articoli:

A pagina 108 si racconta la storia di Claudio Trotta, uno tra i maggiori organizzatori di concerti in Italia. Un’interessante riflessione sul mondo dei raduni musicali. Non senza la solita stilettata alla musica d’oggi. “Forse il rock da stadio è finito” affermano intervistatore e intervistato, lasciando trapelare un qualcosa che sa di un’apocalittico “Siamo al capolinea”. Ma possibile che nell’epoca di Myspace, dell’indie rock e dei dischi autoprodotti la musica bella debba essere ancora misurata sulla base di quanta gente partecipa ai concerti? E soprattutto, quale artista di art-rock introverso vorrebbe davvero suonare a Wembley o a San Siro?

Stadium rock non è a mio parere per forza sinonimo di qualità.

70 pagine dopo appare la recensione del secondo album in studio dei Maximo Park, Our Earthly Pleasures. Fateci caso: la sintesi dell’articolo è che l’album è insulso, ma suona bene, e questo basta per renderlo un buon album degli anni 2000.

Grazie, davvero grazie, RS. Ora so che quando avrò voglia di sentirmi sbrodolare banalità addosso basterà acquistare una tua copia all’edicola più vicina.

Easter with you want

Questo blog da poco risorto è lieto di augurarvi, con le sempre saggie parole di Elio, una felice pasqua e pasquetta.

Ammetto che aver riesumato il blog proprio in questi giorni ha un che di megalomane. Ma tranquillizzatevi, non sono poi così mediatico. Perlomeno non ancora.

Meglio pensare invece a una pasqua dove per fortuna accadono certe cose. E queste meritano davvero di essere mediatiche.

Hic Sunt!

Chiamatelo “com’erano belli i vecchi tempi”, chiamatelo “si stava meglio quando si stava peggio”, se a breve avete un’interrogazione su Ariosto e volete fare i fighi chiamatelo pure “tema dell’ubi sunt?“, ma la sostanza non cambia. Ormai è di moda fare a gara a chi getta più merda sul presente, sull’attualità, sugli anni 2000 (chiamate anche questo concetto come vi pare). E a me un modo di pensare del genere inizia veramente ad esasperare.

A detta degli apocalittici viviamo in un mondo sfigurato dal postmoderno reality-style, traviato dal consumismo nichilista che dilaga nei media, nel lavoro, nella vita privata, ovunque. A detta degli integrati? Bella domanda. Io devo trovare ancora qualcuno che difenda -non per forza strenuamente, ma anche in maniera critica- questa società. Ci sentiamo dire così spesso che viviamo nel peggiore dei mondi possibili che un bel giorno finiremo per crederci, se non ci crediamo già, ovviamente.

È vero anche che non viviamo nel migliore. Eppure continuo a rimanere dell’idea che nulla è irrimediabile, e molte delle accuse che ci vengono rivolte (e sottolineo il “ci”, visto che volenti o nolenti siamo tutti sulla stessa barca), sono ormai nenie che si ripetono con cadenza quasi ventennale. Gli adolescenti continuano a seguire in massa le mode del momento, la televisione di una volta erano più belli di quelli che guardano i bambini di adesso, e bla, bla, bla. Le stesse cose che la generazione che negli anni ‘60 era bambina ripeteva ai giovincelli degli anni ‘80. Eppure non mi è sembrato di vedere nessun cataclisma. Anzi. I luccicanti anni ‘80 oggi sono persino di moda, e di conseguenza vengono descritti in una maniera così ovattata e nostalgica da sembrare una pubblicità della Mulino Bianco.

Basta col catastrofismo! Questo, anche se così bistrattato, è il mio decennio, e credo sul serio che qualcosa di positivo ne uscirà. E soprattutto, fino al 31 dicembre 2009 preferisco vivermelo senza cercarne lati positivi o negativi. Quelli mi riservo di cercarli dal 1° gennaio successivo in poi.