Diamoci del tu, e insultiamoci pure
Attenzione: questo è un post moralista.
Ok, lo so che potrebbe essere difficilmente digeribile, e che alla lettura di cotanto primo paragrafo la metà di voi avrà probabilmente già chiuso il browser o l’aggregatore. Ma poco importa, perché trovo il recente articolo di Pietro Citati su Repubblica qualcosa di molto acuto e condivisibile, così acuto e condivisibile da fare una riflessione similie sulla mia quotidianità.
Purtroppo non trovo alcun link da pubblicare, ma in sostanza il buon Citati parla della ormai dilagante manìa di dare del tu a chiunque, quale che sia la posizione sociale, l’anzianità e il grado di confidenza che i due interlocutori hanno. Insomma, a detta del critico, in questo modo si perde quella distanza che dovrebbe esserci tra persone che non sono esattamente amici di vecchia data. È una semplice questione di rispetto dell’intimità altrui, non sempre di riverenza.
Però c’è una cosa di cui Citati non parla, spero perché non gli sia mai capitato di vivere situazioni così socialmente imbarazzanti: sto parlando di momenti in cui un gesto cortese viene per giunta condannato. Ecco due esperienze personali piuttosto eclatanti:
1) È una mattina d’inverno e, visto che c’è gran freddo, arrivo in stazione con i guanti alle mani. Incontro un mio amico in compagnia di una ragazza che non conosco. Mi presento, e per darle la mano mi tolgo il guanto destro. E non lo faccio per tirarmela o per creare intorno a me il personaggio del nobiluomo d’altri tempi, ma semplicemente per fare un gesto cortese che mi è venuto d’istinto.
Risposta della ragazza:
<<Bè, potevi anche fare a meno di levarti i guanti, sai?>>
2) In palestra. Un tizio sulla quarantina (quindi visibilmente più anziano di me) mi chiede alcune informazioni. Gli rispondo, dopodiché riprendo a fare i miei esercizi. Quando finisco l’allenamento, saluto il tizio rivolgendogli un “salve, arrivederci” di cortesia, come farei con chiunque fosse più maturo di me e con cui non avessi molta confidenza.
Il tizio mi risponde “ciao”, e dopo pochi secondi, stizzito:
<<Comunque “ciao”, non “salve, arrivederci”>>
Io però vi devo confessare una cosa: questo post è un post falso moralista, perché in realtà l’ho scritto per rivolgere le mie scuse a questi due individui, e a chiunque mi incontrerà da oggi in poi. Visto che non è mia intenzione urtare la sensibilità altrui, cercherò di limitare al minimo certe espressioni così disdicevoli e deprecabili.
Ma forse già fare queste scuse è stato un gesto azzardato… sono confuso.
Che dire? Augurerei buona giornata a tutti voi, ma vista l’aria che tira credo che un vaffanculo sia più appropiato.

Settembre 6th, 2007 at 12:59
Opterei anche io per il vaffanculo.
Settembre 6th, 2007 at 13:58
…..bè a me sembra ke vada benissimo come fai tu….magari il problema sono gli altri…..
Settembre 6th, 2007 at 18:39
senza arrivare agli eccessi dei giapponesi che si danno de lei anche tra amici o addirittura tra morosi confesso che IN TEORIA hai ragione tu.Di fatto ormai siamo tutti molto più avvicinati.Certe cortesie le uso solo con chi mostra di saperle apprezzare..forte però il tipo che ti da lezioni di italiano..non male davvero..aahahahah..
Settembre 12th, 2007 at 17:01
Mi viene da quotare, ma mi astengo per mantenere il distacco (nn ci conosciamo per niente).
Un mio prof dell’università diceva sempre “La confidenza fa perdere la riverenza”. Ecco, io la confidenza ai prof non l’ho mai data, per evitare perdessero la riverenza.
Settembre 12th, 2007 at 17:33
Concordo pienamente con Lallina.
A scuola, dal momento che alcune famiglie non sanno nemmeno cosa sia l’educazione, dovrebbero insegnare, oltre alla matematica, all’italiano e a tutte le altre belle materie, anche un po’ di sano galateo.
Eh eh, però bel finale
Ottobre 27th, 2007 at 22:38
Io sono la privi, veramente il mio nick è mariaprivi, ma i miei studenti mi chiamano la privi, dandomi molto rispettosamente del Lei, io pure a loro, quando non mi scappa il tu.
Non cambiare, continua ad essere cortese. Significa distinguersi in un mondo in cui i genitori dimenticano d’insegnare la cortesia ai figli ed anche il basic del galateo, che poi non è altro che l’insieme delle regole del viver civile, con educazione e cortesia reciproca.
La gentilezza fa bene, come un sorriso.
La ragazza del guanto non è abituata ai gesti ed è rimasta imbarazzata, eppure penso che le sia piaciuto il tuo gesto.
Il quarantenne è un giovanilista. Il tuo ciao lo farebbe sentire più giovane e meno invidioso del tuo essere sotto i trenta e probabilmente più atletico di lui.
Geena, io insegno grafica in un liceo artistico, ma pure buona educazione, ed a volte mi tocca insegnarla anche ai genitori.
Basta poco per avere una classe di studenti educati e non servono urli e note, solo autorevolezza e rispetto.
E si lavora e studia meglio e si sorride di più.
Si vive meglio nel rispetto e nella cortesia reciproca.
Sicuro.
maria (mariaprivi)