“Ancora i videogiochi alla tua età?”
La generazione dei miei genitori e dei miei maestri è cresciuta imparando che la cultura è esclusivamente sinonimo di opera lirica, elzeviri, prosa d’arte e facciate di chiese rinascimentali.
Non che tutto questo non sia cultura, anzi. Ma il grave errore di molti degli adulti italiani di oggi è quello di considerare tutti i restanti prodotti culturali -il rock, i fumetti, il calcio, la televisione e in seguito i videogiochi- un ammasso così informe e deprecabile da lasciare a bambini, ragazzotti immaturi e gente ignorante.
La cultura è aristocrazia, l’ultimo baluardo di difesa della terribile, terribilie società massifica.
Ma in fin dei conti è comprensibile: l’Italia di allora era ancora così crociana che probabilmente si storceva il naso di fronte a Pirandello e Picasso. Certo, neanche oggi si scherza: un cartone animato resta pur sempre qualcosa da bambini, e infatti un esempio di satira arguta come I Simpson viene trasmesso alle 2 del pomeriggio, quando i ragazzini tornano da scuola. In Italia sembra inconcepibile che questo stessa serie TV negli USA vada in onda in prima serata e abbia gli adulti come target.
La generazione che in Italia è stata educata a cibarsi esclusivamente di cultura alta e a sputare su quella bassa è la stessa che in Inghilterra ha invece partorito Nick Hornby.
Che Nick Hornby fosse un grande lo si sapeva già dai tempi di Fever Pitch. Chiunque può trovarsi perfettamente a proprio agio leggendo uno dei suoi libri dalla scrittura semplice ma dalla grandissima densità di contenuti, riflessioni e sentimenti.
Hornby è una delle massime espressioni di quel postmoderno per nulla cervellotico, quello che coglie fino in fondo il senso ecumenico e democratico della cultura di massa, in cui non ci si pone l’imperativo morale di limitare drasticamente i contenuti e i destinatari dell’opera. È capace di parlare dell’Arsenal e di Nelly Furtado con la stessa tensione intellettuale con cui qui da noi si parla di Petrarca o Manzoni. E i risultati non sono così banali come penserebbero molti miei connazionali della stessa età del buon Nick.
Leggendo una sua intervista sulla Stampa di oggi, resto sempre più convinto che bisognerebbe introdurre dalle scuole medie in poi materie come Storia del cinema e Storia del rock. Ecco, l’ho detto.

Maggio 15th, 2008 at 02:02
Hai colpito nel segno, Privi. La stessa cosa si applica in Italia solitamente a tutte le categorie di critica, in primis quella musicale….”se non sei snob non puoi scrivere sul nostro giornale”. : /
Maggio 15th, 2008 at 13:52
Se noti bene a questa regola fanno eccezione i critici che lavorano in televisione. Come mi faceva notare un mio amico: ma esiste un film, una canzone o un libro che NON piaccia a Mollica?
Maggio 18th, 2008 at 10:45
Vero, col passare del tempo le innovazioni diventano cultura, e fosse per me cartoni come I Simpson, I Griffin e South Park andrebbero mandati in prima serata, stessa cosa per i videogiochi, alcuni dei quali sono opere d’arte. Peccato però che sia il consumatore a decidere la culturalità o meno di un prodotto e ad indirizzare così il parere di un critico troppo insofferente per condurre una ricerca sua. E se fosse per me farei l’insegnante di storia del rock!
Maggio 22nd, 2008 at 02:18
Mollica è un pagliaccio. Mi ricordo una volta che qualcuno gli chiese, fra il serio e il faceto: “Mollica, ascolta, ma se ti dico che sei uno stronzo, tu continui a sorridere?” Il buon Vincenzo nazionale non smise.