Archive for the ‘Cinema’


Addio Ingmar, addio Michelangelo


Le morti di Antonioni e Bergman erano ormai tristemente prevedibili. Ma in ogni caso la loro scomparsa ci fa sentire, almeno artisticamente, come il personaggio interpretato da David Hemmings in Blow Up. Sperduti come macchie nella foto di un prato.

LA SUPERCHICCA! - Airheads, una band da lanciare

Inaugurazione ufficiale di una nuova rubrica che permetterà a questo blog di arrancare con ancora più stile! (Si, è sempre bello autocitarsi).

Avete presente il film tappabuchi trasmesso il sabato mattina? Oppure la canzone che avete sentito negli spot fino alla nausea ma di cui non avete mai saputo il titolo? Ecco, compito della “Superchicca” sarà quella di riportare alla luce il meglio di questo tesoro sommerso della cultura popolare. Mio sarà l’onore e l’onere di essere arbiter elegantiae del cult (tanto per metterci dentro il latinismo radical-chic che in un blog non guasta mai). E attenzione, perché si scrive “cult”, ma non si pronuncia “trash”. Non per forza, almeno. :-)

Mi sembra inutile dire che le vostre segnalazioni (da mandare all’indirizzo di posta che vedete a lato) sarebbero moooolto gradite. ;-)

Non avete capito nulla di quello che sto dicendo? Poco male, perché vi faccio subito un esempio pratico. La Superchicca di oggi è un film del 1994 che di sicuro impatto per i più rockettari di voi… (more…)

TOP 5 - I migliori inizi di film

A (mia) grande richiesta torna anche su questo blog l’ormai leggendaria TOP 5, cioé la mania delle classifiche esplicitamente ispirata a “Altà fedeltà”, libro scritto da quel piccolo grande genio di Nick Hornby.
Oggi parlo di cinema. Nel blog precedente avevo inaugurato questa “rubrica” con i migliori finali di film. Per restare in tema (e per omaggiare un corso universitario che difficilmente verrà dimenticato… vero Max? :P) ecco qui i cinque incipit cinematografici che preferisco:

5) Patton, generale d’acciaio (F. Schaffner, 1970)

Le prime inquadrature, raffiguranti una enorme bandiera statunitense e una serie di piani che esplorano i simboli di potere del generale, fanno pensare che ci troveremo di fronte alla solita alta retorica di guerra. E invece no. George C. Scott, a quanto pare così appassionato a ruoli militareschi atipici, ci incanta con sei appassionanti minuti di sincero flusso di coscienza. C’è il patriotismo, ma è spietato. C’è invettiva contro il nemico, ma è cinica e al tempo stesso pietosa. È una guerra senza tante mistificazioni, che non è mai veramente vinta, ma più che altro persa da qualcuno. Che sia anche pacifismo atipico?

4) Sin City (R. Rodriguez & F. Miller, 2005)

Quale modo migliore di iniziare un film ad episodi se non con un breve episodio a sé stante? Se poi l’episodio racchiude tutta l’atmosfera che ritroveremo nel resto della pellicola, cosa chiedere di più?

3) Star Wars, episodio IV: Una nuova speranza (G. Lucas, 1977)

Il logo della casa di distribuzione (20th Century Fox) e di quella di produzione (Lucasfilm Ltd.). Sono queste le ultime due ancore che trattengono lo spettatore al mondo reale, ancore che però vengono subito staccate, d’improvviso, senza tante cerimonie. Neanche ci sono gli attesi, rassicuranti titoli di testa. Lo spettatore si trova tutto d’un tratto catapultato in quella galassia lontana lontana così efficamente descritta dalla musica di John Williams e dal prologo scritto in obliquo che scompare in fondo tra le stelle, dove saremo anche noi tra pochi minuti, ma dove in realtà vorremmo già essere.
Se iniziare bene un racconto significa trascinare lo spettatore, qui George Lucas ci riesce alla perfezione.

2) Full Metal Jacket (S. Kubrick, 1987)

Di questo film tutti ricordano (e sanno a memoria) il solito trito e ritriro discorso del sergente istruttore. Dimenticando l’intensità della scena immediatamente precedente, in cui gli arruolati nei marines vengono rasati a zero con sottofondo country. Banale primo piano di una scena altrettanto banale, eppure riesce a disgustarci proprio come le atrocità dell’addestramento a cui assisteremo tra poco. Ed è qui che sta tutta la grandezza di Kubrick.

1) I quattrocento colpi (F. Truffaut, 1959)

La macchina da presa che, durante i titoli di testa, non esplora, ma accarezza, sfiora appena i luoghi a cui il regista si sente più legato, in questo caso Parigi. Tutto qua. Nessun artificio. D’altronde, qui si vuole raccontare una storia personale d’infanzia, una confidenza piena di emozioni. Questo è esattamente lo stilema, il marchio di fabbrica con cui ogni buon film autobiografico dovrebbe iniziare. Ed in effetti è stato così non solo per la Parigi di Truffaut, ma anche per la Correggio di Ligabue e la San Diego di Cameron Crowe. Quando il maestro fa scuola.

Lettera aperta a Nanni Moretti

Caro Nanni,

Visto che non conosco il tuo indirizzo e-mail, ti scrivo pubblicamente. Nonostante la modesta affluenza di questo blog, spero che il messaggio ti possa arrivare comunque.

Questa lettera non è come altre che penso avrai ricevuto in questi ultimi anni. Non vuole né osannarti né criticarti. Vuole soltanto farti una proposta.

Se tutto va come previsto, nel giro di due anni in Italia dovremmo trovarci di fronte un inedito schieramento politico: il Partito Democratico. Nuovi capovolgimenti insomma per la sinistra italiana, ma in fondo non è nulla di così sconvolgente. I vecchi militanti sono ormai avvezzi a questo rito a cadenza decennale, molto simile al famigerato “Contrordine, compagni!” di Guareschi. Certo, è un rito spesso benefico, pensando alle conseguenze rivolte d’Ungheria, al ‘68, all’eurocomunismo, al migliorismo, al PDS e ai DS. Lo è un po’ meno nel momento in cui si rischia di perdere, per scelta dei vertici, alcune preziose radici. Ma questa è un’altra storia…

Il motivo per cui ti scrivo è legato a un tuo mediometraggio uscito nel 1990, La Cosa, in cui documentavi con taglio analitico, non senza l’usuale piglio ironico, il passaggio dal PCI al PDS. Nella pellicola facevi trapelare il senso di disorientamento degli iscritti al partito, l’amarezza nello scoprire che i legami tra comunisti italiani e sovietici non erano stati poi del tutto recisi, ma anche e soprattutto la visione critica, la voglia di discutere e di costruire, cose che hanno sempre costituito un grandissimo pregio della sinistra in Italia.

Ecco, io credo che, date le simili circostanze, sia arrivato il momento di girare un La Cosa 2. Andare nelle stesse sezioni di partito visitate nel primo documentario, scoprire com’è andata a finire (nella base, intendo, nei vertici sappiamo tutti com’è andata a finire) la tormentata storia del primo film, e poi capire qual’è il sentimento attuale nei confronti di questa nuova “cosa”, che in effetti un nome ce l’avrebbe, ma, almeno ad oggi, poco più di quello.

Credo sarebbe un’importante (ed ennesima) analisi di coscienza dell’attuale centro-sinistra, nonché di un sistema politico che si sta rivelando sempre più incerto e transitorio.

Perlomeno, sarebbe un film che io apprezzerei molto.

I’ll Be Back

Post al volo giusto per rassicurare stevemcqueen (e chiunque altro/a si fosse preoccupato/a) che sono ancora vivo e vegeto. Solo un pò più impegnato, visto che i corsi sono ricominciati e,si sa, le prime settimane di università sono sempre le più intense.

Comunque non preoccupatevi. Lasciatemi un attimo sistemare e… I’ll be back.

(E questa era veramente da cinefili)