Due sere fa sono stato “gradito ospite” (cit.) dell’Arena e finalmente ho assistito alla famigerata Traviata edizione 2004. Dunque posso smetterla di supporre e iniziare a parlare. Anzi, a scrivere un “severo scritto”.
Certo, le premesse erano state numerose e negative, anche a causa di un post di Tengi su Veronablog. E purtroppo molte di queste sono state confermate. Ma andiamo con ordine.
La scena è letteralmente e volutamente kitsch, un cattivo gusto ricercato che fa pensare a uno scenografo provocatore, più preoccupato di ricevere i “bu” dal pubblico tradizionalista piuttosto che l’applauso di quello aperto alle novità.
Perché infatti l’idea di spostare la scena dai salotti parigini alla Hollywood dei night club e dei paparazzi poteva anche funzionare. Ma porre al centro della scena le comparse e marginalmente i protagonisti, non coprire le quinte abbastanza da nascondere gli spostamenti dei tecnici agli occhi delle gradinate e invece celare buona parte del primo atto alla gradinata F sono carenze di portata gigantesca. E lo sarebbero anche se venissero fatte in una scenografia tradizionale.
Allestire un opera significa renterpretarla, e per reinterpretarla bisogna perlomeno leggerla. Eppure certi passaggi fanno pensare che il regista il libretto l’abbia a malapena sfogliato. Mi riferisco oltre che al finale in cui Violetta fugge invece che morire a una piccola grande svista: nel secondo atto, subito dopo l’”amami Alfredo”, il tenore riceve la lettera in cui Violetta dice di abbandonarlo. Subito dopo l’amara scoperta compare in scena Giorgio, padre di Alfredo. Eppure in questo allestimento Alfredo esclama “padre mio!” mentre con gli occhi ancora fissi sulla lettera non dovrebbe essersi ancora accorto della presenza del babbo. Per carità, forse sono io il pignolo fino all’osso, ma già questo stravolgimento bello e buono la dice lunga su tale “reinterpretazione”.
Potrei anche gettare benzina sul fuoco criticando il pubblico areniano, sempre a digiuno di opere liriche, che applaude quando dovrebbe stare zitto (come all’inizio del primo atto, con l’entrata in scena delle comparse mentre l’orchestra sta suonando) e viceversa. Ma questa è una polemica più vecchia di me che difficilmente si risolverà, anche se basterebbe poco. Una raccomandazione via altoparlanti di non applaudire con la musica in svolgimento non costerebbe nulla.
Coro e balletto eccezionali come sempre, così come l’orchestra. Cantanti discreti, anche se Violetta ci ha deliziati con un “Addio al passato” strepitoso.
Nel complesso un sei e mezzo. Se proprio volete andarla a vedere e siete tradizionalisti oltranzisti o semplicemente non amate vedere dietro le quinte mentre Violetta canta del suo amore, andateci ma chiudete gli occhi dall’overture fino alla fine.