Archive for the ‘My generation’


New summer epic

Dopo il glorioso triennio sul grande schermo, la trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson sta iniziando il suo lento declino televisivo verso lo status oggi detenuto da un altra trilogia piuttosto attempata, quella della Principessa Sissi. Sarà il polpettone interminabile che trasmetteranno ogni afosissima estate e che piace tanto a genitori e nonni, ma che tu, giovane sbarbatello, proprio non riesci a sopportare perché ha un ritmo troppo lento, hai ben altro da fare in estate, e poi si vede chiaramente che gli effetti speciali sono finti.

“Ancora i videogiochi alla tua età?”

La generazione dei miei genitori e dei miei maestri è cresciuta imparando che la cultura è esclusivamente sinonimo di opera lirica, elzeviri, prosa d’arte e facciate di chiese rinascimentali.

Non che tutto questo non sia cultura, anzi. Ma il grave errore di molti degli adulti italiani di oggi è quello di considerare tutti i restanti prodotti culturali -il rock, i fumetti, il calcio, la televisione e in seguito i videogiochi- un ammasso così informe e deprecabile da lasciare a bambini, ragazzotti immaturi e gente ignorante.

La cultura è aristocrazia, l’ultimo baluardo di difesa della terribile, terribilie società massifica.

Ma in fin dei conti è comprensibile: l’Italia di allora era ancora così crociana che probabilmente si storceva il naso di fronte a Pirandello e Picasso. Certo, neanche oggi si scherza: un cartone animato resta pur sempre qualcosa da bambini, e infatti un esempio di satira arguta come I Simpson viene trasmesso alle 2 del pomeriggio, quando i ragazzini tornano da scuola. In Italia sembra inconcepibile che questo stessa serie TV negli USA vada in onda in prima serata e abbia gli adulti come target.

La generazione che in Italia è stata educata a cibarsi esclusivamente di cultura alta e a sputare su quella bassa è la stessa che in Inghilterra ha invece partorito Nick Hornby.

Che Nick Hornby fosse un grande lo si sapeva già dai tempi di Fever Pitch. Chiunque può trovarsi perfettamente a proprio agio leggendo uno dei suoi libri dalla scrittura semplice ma dalla grandissima densità di contenuti, riflessioni e sentimenti.

Hornby è una delle massime espressioni di quel postmoderno per nulla cervellotico, quello che coglie fino in fondo il senso ecumenico e democratico della cultura di massa, in cui non ci si pone l’imperativo morale di limitare drasticamente i contenuti e i destinatari dell’opera. È capace di parlare dell’Arsenal e di Nelly Furtado con la stessa tensione intellettuale con cui qui da noi si parla di Petrarca o Manzoni. E i risultati non sono così banali come penserebbero molti miei connazionali della stessa età del buon Nick.

Leggendo una sua intervista sulla Stampa di oggi, resto sempre più convinto che bisognerebbe introdurre dalle scuole medie in poi materie come Storia del cinema e Storia del rock. Ecco, l’ho detto.

Perché scegliere il retrogaming

  1. Il fatto di comprare dei ferrivecchi farà sì che i soldi non saranno mai un problema (a meno che non diventiate dei collezionisti legati esclusivamente all’inquietante fattore scatola sigillata).
  2. Avrete sempre e comunque una certa aria intelletualoide e vintage, che non fa mai male. Un esempio? Sarete molto meno sociopatici se direte “questo sabato sera non esco, sto a casa a giocare al primo Zelda” piuttosto che “questo sabato sera non esco, sto a casa a pwnare quei fottuti Horde in una quest col mio clan di WoW”. Sempre sociopatici, ma con stile.
  3. Diventerete imbattibili a Mario Kart. QUALSIASI Mario Kart.
  4. La gioia di avere un mobile pieno con qualsiasi sistema dagli anni ‘70 ad oggi. Con uno scaffale dedicato a ogni specifica era.
  5. Rispondere in maniera argomentata ai video dell’Angry Video Game Nerd.

Diamoci del tu, e insultiamoci pure

Attenzione: questo è un post moralista.

Ok, lo so che potrebbe essere difficilmente digeribile, e che alla lettura di cotanto primo paragrafo la metà di voi avrà probabilmente già chiuso il browser o l’aggregatore. Ma poco importa, perché trovo il recente articolo di Pietro Citati su Repubblica qualcosa di molto acuto e condivisibile, così acuto e condivisibile da fare una riflessione similie sulla mia quotidianità.

Purtroppo non trovo alcun link da pubblicare, ma in sostanza il buon Citati parla della ormai dilagante manìa di dare del tu a chiunque, quale che sia la posizione sociale, l’anzianità e il grado di confidenza che i due interlocutori hanno. Insomma, a detta del critico, in questo modo si perde quella distanza che dovrebbe esserci tra persone che non sono esattamente amici di vecchia data. È una semplice questione di rispetto dell’intimità altrui, non sempre di riverenza.

Però c’è una cosa di cui Citati non parla, spero perché non gli sia mai capitato di vivere situazioni così socialmente imbarazzanti: sto parlando di momenti in cui un gesto cortese viene per giunta condannato. Ecco due esperienze personali piuttosto eclatanti:

1) È una mattina d’inverno e, visto che c’è gran freddo, arrivo in stazione con i guanti alle mani. Incontro un mio amico in compagnia di una ragazza che non conosco. Mi presento, e per darle la mano mi tolgo il guanto destro. E non lo faccio per tirarmela o per creare intorno a me il personaggio del nobiluomo d’altri tempi, ma semplicemente per fare un gesto cortese che mi è venuto d’istinto.

Risposta della ragazza:

<<Bè, potevi anche fare a meno di levarti i guanti, sai?>>

2) In palestra. Un tizio sulla quarantina (quindi visibilmente più anziano di me) mi chiede alcune informazioni. Gli rispondo, dopodiché riprendo a fare i miei esercizi. Quando finisco l’allenamento, saluto il tizio rivolgendogli un “salve, arrivederci” di cortesia, come farei con chiunque fosse più maturo di me e con cui non avessi molta confidenza.

Il tizio mi risponde “ciao”, e dopo pochi secondi, stizzito:

<<Comunque “ciao”, non “salve, arrivederci”>>

Io però vi devo confessare una cosa: questo post è un post falso moralista, perché in realtà l’ho scritto per rivolgere le mie scuse a questi due individui, e a chiunque mi incontrerà da oggi in poi. Visto che non è mia intenzione urtare la sensibilità altrui, cercherò di limitare al minimo certe espressioni così disdicevoli e deprecabili.

Ma forse già fare queste scuse è stato un gesto azzardato… sono confuso.

Che dire? Augurerei buona giornata a tutti voi, ma vista l’aria che tira credo che un vaffanculo sia più appropiato.

The story so far

Lettori, perdonatemi perché ho molto peccato. Ho appena fatto una delle cose penso più deprecabili che un blogger possa fare.

Durante la mia usuale colazione a base di caffè e feed RSS sono venuto a conoscienza attraverso il divin Beggi di un metodo per importare i post da Splinder a Wordpress. Visto che il mio precedente blog si trova proprio su quella piattaforma, ho deciso di importare alcune delle cose che ho scritto in precedenza.

Si, ho proprio detto “alcune”. Ho deciso infatti di applicare una specie di autocensura. Autocensura, per carità, esclusivamente formale e non certo contenutistica, visto che il 99% delle cose che ho scritto rispecchia ancora quello che penso oggi, e credo proprio che continuerà ad essere così ancora per lungo tempo. Solo il modo in cui le ho scritte mi è sembrato in alcuni casi banale, insipido. E quindi ZAC! Ho brutalmente tagliato. E non è finita qui. Alcuni post li ho pure modificati per adattarli graficamente a questo blog.

Però sempre di autocensura si tratta. So bene che quello che si è scritto, una volta pubblicato, non lo si dovrebbe cancellare o modificare, per correttezza nei confronti di chi ti legge e per onestà intellettuale. Ma io sono fatto così, sono il più aspro critico di me stesso, e quindi su questo blog troverete solo il “The best of Ultimi post del giovane Privi“, vale a dire i post che troverete tra gennaio 2006 e aprile 2007, anche catalogati sotto la categoria “The story so far”.
Una compilation nostalgica al punto giusto. Spero l’apprezzerete, nonostante alcuni tagli da macellaio.