Dovrebbe stare in un museo
PERICOLO SPOILER! Se volete godervi l’ultimo Indiana Jones senza che vi rovini la trama, andate a leggervi qualcos’altro. Che ne so, Corriete.it.
Per stroncare l’ultimo Indiana Jones basterebbe scrivere che la sequenza finale del film simboleggia perfettamente questi frequenti tentativi di riesumare vecchie glorie cinematografiche. Indiana che si sposa circondato da tanti vecchietti sorridenti in uno scenario bianco ovattato potrebbe essere un buon indicatore di quanto sterile e preconfezionata sia stata quest’operazione.
Ma anche se ci sarebbero tutte le premesse per scrivere cose del genere, a me non va di farlo. Indiana Jones e il regno dei teschi di cristallo in fin dei conti non è male. Spielberg e Lucas sono stati intelligenti a mantenere inalterato il sapore che rendeva gustosi i precedenti film, cosa non del tutto scontata, visto com’è andata con i prequel di Star Wars. Qui, per fortuna, gli eroi sono ancora degli sfigati che si salvano da un pericolo solo per precipitare in uno peggiore, la maggior parte dei dialoghi continuano ad essere estremamente brillanti -quasi alla stregua dei memorabili scambi di battute tra Jones padre e figlio nell’Ultima crociata-, il contesto storico degli anni ‘50 viene sapientemente sfruttato (con riferimenti al pericolo della bomba, alla minaccia rossa e, sorpresa sorpresa, persino al maccartismo), così come il contesto narrativo della saga, grazie ai continui rimandi ai capitoli precedenti, tanto per strizzare l’occhio ai fan. A questo si sommano le buone interpretazioni di Harrison Ford e Shia LaBeouf, perfettamente calati nelle loro parti.
Il film si salva perché si è cercato di fare Indiana Jones vent’anni dopo, e non Indiana Jones ancora inspiegabilmente giovane o un qualsiasi altro film col marchio dell’archeologo posticcio. Poi ovviamente ci sono i difetti, non esattamente microscopici.
Cate Blanchett è sottotono e il mediocre personaggio che le viene cucito addosso non è irritante o inquietante come dovrebbe essere l’antagonista; la narrazione è troppo esplicita, non sfrutta il fascino del non detto: entro i primi dieci minuti scopriamo tutto quello che c’è da scoprire sui sovietici e il mistero dei teschi di cristallo alla fine del film non è più di tanto un mistero. E poi troppe, troppe inquadrature ravvicinate. Dal numero di primi piani sembra quasi che stiamo parlando di una serie TV e non di un film. Per non parlare di certe batutte da tapparsi le orecchie (”Vota Eisenhower”).
Ma in fin dei conti si può soprassendere. Non ai livelli dell’Ultima crociata e dei Predatori, ma pur sempre meglio del Tempio maledetto.
