Archive for the ‘The story so far’


The story so far

Lettori, perdonatemi perché ho molto peccato. Ho appena fatto una delle cose penso più deprecabili che un blogger possa fare.

Durante la mia usuale colazione a base di caffè e feed RSS sono venuto a conoscienza attraverso il divin Beggi di un metodo per importare i post da Splinder a Wordpress. Visto che il mio precedente blog si trova proprio su quella piattaforma, ho deciso di importare alcune delle cose che ho scritto in precedenza.

Si, ho proprio detto “alcune”. Ho deciso infatti di applicare una specie di autocensura. Autocensura, per carità, esclusivamente formale e non certo contenutistica, visto che il 99% delle cose che ho scritto rispecchia ancora quello che penso oggi, e credo proprio che continuerà ad essere così ancora per lungo tempo. Solo il modo in cui le ho scritte mi è sembrato in alcuni casi banale, insipido. E quindi ZAC! Ho brutalmente tagliato. E non è finita qui. Alcuni post li ho pure modificati per adattarli graficamente a questo blog.

Però sempre di autocensura si tratta. So bene che quello che si è scritto, una volta pubblicato, non lo si dovrebbe cancellare o modificare, per correttezza nei confronti di chi ti legge e per onestà intellettuale. Ma io sono fatto così, sono il più aspro critico di me stesso, e quindi su questo blog troverete solo il “The best of Ultimi post del giovane Privi“, vale a dire i post che troverete tra gennaio 2006 e aprile 2007, anche catalogati sotto la categoria “The story so far”.
Una compilation nostalgica al punto giusto. Spero l’apprezzerete, nonostante alcuni tagli da macellaio.

I vestiti nuovi dell’Imperatore

Si potrebbe dire che la Francia nel giro di poco meno di un anno ha perso due volte. La prima ai Mondiali di calcio; la seconda eleggendo Nicolas Sarkozy.

Ok, chiedo scusa per la (fin troppo) facile ironia. E mi risparmierò anche le altrettanto facili considerazioni del tipo "la sinistra non ha carisma", o "la Royal non ha saputo parlare al cuore della gente", perché sono stanco di sentirle ripetere. La gente ama gli slogan, la battuta facile. La sinistra propone altro, ragionamenti magari noiosi ma magari anche efficaci. Ma una battuta suona meglio, no?

Vabbé, consoliamoci almeno che a destra sbavano per la bella Segolene, e che il manierismo di Sarko sarà la gioia di molti imitatori, mi auguro anche nostrani.

E l’immigrazione?
E il rapporto stato-chiesa?
E l’alleanza con gli USA?
E gli straordinari al lavoro?
E la Costituzione europea?

Ci rivedremo tra cinque anni, monsieur President.

A proposito di primo maggio…

Al tramonto di questo caotico primo giorno del quinto mese dell’anno voglio farvi una rivelazione: ebbene sì, anche nel maggio 1991 si festeggiavano i lavoratori. E anche lì si ballava, urlava, protestava. E il buon Elio come poteva inveire contro la morente prima repubblica se non con un controsenso così geniale? 

Peccato che ancora oggi ci tocchi dire "ti amo" per così tante cose, censura e autocensura incluse.

Come una pietra calciata

Torniamo al discorso di due post fa. Per capire quello che voglio dire, pensate a questo:

Rolling Stone Italia, numero 42 dell’Aprile 2007.

Se lo avete a portata di mano, allora prendetelo. Vi permetterà una lettura più agevole di questo post.

Rolling Stone, si sa, è conservatore, e questo è il minimo che ci si può aspettare da una testata uscita per la prima volta il 9 novembre 1967. Ma che questo orgoglio si trasformi in insulto ai tempi moderni ogni volta che capita l’occasione, bè qui non ci sto. E il bello è che l’occasione (per lo meno nel numero visionato) capita anche troppo spesso. In particolar modo mi riferisco a due articoli:

A pagina 108 si racconta la storia di Claudio Trotta, uno tra i maggiori organizzatori di concerti in Italia. Un’interessante riflessione sul mondo dei raduni musicali. Non senza la solita stilettata alla musica d’oggi. “Forse il rock da stadio è finito” affermano intervistatore e intervistato, lasciando trapelare un qualcosa che sa di un’apocalittico “Siamo al capolinea”. Ma possibile che nell’epoca di Myspace, dell’indie rock e dei dischi autoprodotti la musica bella debba essere ancora misurata sulla base di quanta gente partecipa ai concerti? E soprattutto, quale artista di art-rock introverso vorrebbe davvero suonare a Wembley o a San Siro?

Stadium rock non è a mio parere per forza sinonimo di qualità.

70 pagine dopo appare la recensione del secondo album in studio dei Maximo Park, Our Earthly Pleasures. Fateci caso: la sintesi dell’articolo è che l’album è insulso, ma suona bene, e questo basta per renderlo un buon album degli anni 2000.

Grazie, davvero grazie, RS. Ora so che quando avrò voglia di sentirmi sbrodolare banalità addosso basterà acquistare una tua copia all’edicola più vicina.

Easter with you want

Questo blog da poco risorto è lieto di augurarvi, con le sempre saggie parole di Elio, una felice pasqua e pasquetta.

Ammetto che aver riesumato il blog proprio in questi giorni ha un che di megalomane. Ma tranquillizzatevi, non sono poi così mediatico. Perlomeno non ancora.

Meglio pensare invece a una pasqua dove per fortuna accadono certe cose. E queste meritano davvero di essere mediatiche.