In quanto candidata dubito che riceverà mai il mio voto, ma oggi Daniela Santanché si è guadagnata diecimila punti stima.
Dato che ho il sentore che questa cosa la capirò solo io e al massimo altre tre persone nel raggio di quindici anni luce, è necessaria una doverosa premessa: il tormentone “Hai due mucche” era una delle migliori chicche su internet negli anni ‘90. In pratica si parodiavano i banali esempi usati dai manuali di economia per spiegare concetti finanziari (quelli della serie “Hai due mucche ma vuoi un pollo: baratti una tua mucca col pollo del tuo amico”) usandoli per sfottere forme di governo e ideologie perverse. In pratica la gioia di politologi e affini. E visto che finora nessun letterato è stato così nerd da fare una cosa del genere riguardo il suo campo di studi, eccomi qua a pormi l’imperativo morale di rimediare a questa ingiustizia.
Letteratura romantica
Hai due mucche. Il loro desiderio inappagato di infinito spinge loro ad anelare di brucare oltre quella siepe. La loro leggenda diventa la base di numerosi romanzi storici.
Sociolinguistica
Hai due mucche. Il muggito della prima, di alta estrazione sociale, influenza quello della seconda, apparenente alle classi popolari e meno istruite.
Letteratura medievale
Hai due mucche. Entrambe vengono esaltate e divinizzate -in quanto vacche angelo- da tori stilnovisti, convinti di essere superiori agli altri loro simili in quanto puri di core.
Letteratura contemporanea
Hai due mucche. La prima, influenzata dalle tendenze nietzscheano-freudiane, vive a Parigi e compone un atto unico sull’impossibilità di comporre atti unici. La seconda scrive romanzi rosa sotto pseudonimo maschile.
Filmologia
Hai due mucche. No, in realtà la seconda mucca è solo l’immagine riflessa allo specchio della prima. L’allevatore è perturbato.
Letterature comparate
Hai due mucche. Sono un pò come piscio di mulo.
PERICOLO SPOILER! Se volete godervi l’ultimo Indiana Jones senza che vi rovini la trama, andate a leggervi qualcos’altro. Che ne so, Corriete.it.
Per stroncare l’ultimo Indiana Jones basterebbe scrivere che la sequenza finale del film simboleggia perfettamente questi frequenti tentativi di riesumare vecchie glorie cinematografiche. Indiana che si sposa circondato da tanti vecchietti sorridenti in uno scenario bianco ovattato potrebbe essere un buon indicatore di quanto sterile e preconfezionata sia stata quest’operazione.
Ma anche se ci sarebbero tutte le premesse per scrivere cose del genere, a me non va di farlo. Indiana Jones e il regno dei teschi di cristallo in fin dei conti non è male. Spielberg e Lucas sono stati intelligenti a mantenere inalterato il sapore che rendeva gustosi i precedenti film, cosa non del tutto scontata, visto com’è andata con i prequel di Star Wars. Qui, per fortuna, gli eroi sono ancora degli sfigati che si salvano da un pericolo solo per precipitare in uno peggiore, la maggior parte dei dialoghi continuano ad essere estremamente brillanti -quasi alla stregua dei memorabili scambi di battute tra Jones padre e figlio nell’Ultima crociata-, il contesto storico degli anni ‘50 viene sapientemente sfruttato (con riferimenti al pericolo della bomba, alla minaccia rossa e, sorpresa sorpresa, persino al maccartismo), così come il contesto narrativo della saga, grazie ai continui rimandi ai capitoli precedenti, tanto per strizzare l’occhio ai fan. A questo si sommano le buone interpretazioni di Harrison Ford e Shia LaBeouf, perfettamente calati nelle loro parti.
Il film si salva perché si è cercato di fare Indiana Jones vent’anni dopo, e non Indiana Jones ancora inspiegabilmente giovane o un qualsiasi altro film col marchio dell’archeologo posticcio. Poi ovviamente ci sono i difetti, non esattamente microscopici.
Cate Blanchett è sottotono e il mediocre personaggio che le viene cucito addosso non è irritante o inquietante come dovrebbe essere l’antagonista; la narrazione è troppo esplicita, non sfrutta il fascino del non detto: entro i primi dieci minuti scopriamo tutto quello che c’è da scoprire sui sovietici e il mistero dei teschi di cristallo alla fine del film non è più di tanto un mistero. E poi troppe, troppe inquadrature ravvicinate. Dal numero di primi piani sembra quasi che stiamo parlando di una serie TV e non di un film. Per non parlare di certe batutte da tapparsi le orecchie (”Vota Eisenhower”).
Ma in fin dei conti si può soprassendere. Non ai livelli dell’Ultima crociata e dei Predatori, ma pur sempre meglio del Tempio maledetto.
Geniale ’sto giochetto! In pratica ti viene chiesto di gestire l’economia statunitense e vedere che effetto produrrebbero le tue scelte nell’arco dei prossimi 20 anni.
Ecco, io stamattina ho reso gli USA una nazione in cui vale la pena vivere: nel 2028 l’assicurazione sanitaria sarà obbligatoria per tutti e gratis a partire dai 62 anni; il sistema scolastico aiuterà i poveri e favorirà economicamente chi vuole andare all’università; spostarsi con i mezzi pubblici sarà più facile, veloce e comodo; i gas serra saranno solo un brutto ricordo del passato, così come il dramma delle specie animali in via d’estinzione, mentre il numero di fumatori sarà ai minimi storici. Il tutto con un surplus di 448 miliardi di dollari e il debito pubblico al 10% del PIL.
Dove ho trovato i soldi per fare tutto questo? Basta far rientrare le truppe dall’estero, tagliare la spesa militare e tassare i ricchi. Semplice, no?
(via DownloadBlog)
5) Ex aequo l’espressione facciale “La Sto Per Prendere In Quel Posto™” esibita da Anelka poco prima di battere il rigore decisivo e le frequentissime incazzature di Joe Cole, le quali dimostrano che Antonio Cassano fa scuola anche oltremanica.
4) Ashley Cole, che con la scusa di stendere le gambe per i crampi in realtà provava nuove audaci posizioni da pornoattore navigato.
3) Un gruppo di tifosi ad alto tasso etilico vestiti da ufficiali dell’Armata Rossa mentre esibiscono in mondovisione la strenue lotta tra le loro panze all’aria e le magliette del Manchester che stanno cercando di indossare.
2) L’arbitro Ľuboš Micheľ, che all’11° minuto del secondo supplementare si accorge di essere il possessore di due simpatici pezzi di plastica rettangolari dalla multiforme varietà cromatica, e decide di condividere la sua gioia col mondo esibendoli a casaccio. Menzione speciale per i suoi due allegri compari ai lati del campo, che stavano sperimentando una nuova trovata dell’UEFA: l’arbitraggio ad occhi bendati.
1) Beppe Dossena che, convinto di trovarsi al 4° Torneo rionale di Cadoneghe (in palio due etti di porchetta di quella buona), chiama il Manchester i rossi e il Chelsea i blu. Indimenticabile anche quando sostiene che l’allenatore ebreo Avram Grant stia catechizzando i suoi giocatori.
